Come Bob Marley ha cambiato il mondo

fonte articolo e foto – rollingstone.it – mikal gilmore.

Nato in uno dei ghetti più duri della Giamaica, Marley è diventato un eroe per milioni di persone con canzoni che parlano di sofferenza e salvezza, costruendo un’eredità il cui valore è andato avanti per decenni dopo la sua morte.

Bob Marley stava già morendo quando è salito sul palco di Pittsburgh, quella notte di settembre del 1980. La più grande star mondiale del reggae aveva sviluppato un melanoma maligno, al tempo una forma di cancro incurabile, che si era esteso perché lui lo non aveva curato, per ragioni che al tempo non avrebbe neanche potuto comprendere. Bob Marley non aveva tempo perché si era dato una missione, voleva fare qualcosa che nessuno nella storia della musica popolare aveva mai tentato.

Negli anni precedenti era riuscito a rendere popolare il reggae, un genere musicale che al tempo a molti suonava strano o comunque troppo difficile e distante, ed era riuscito a comunicare ad un pubblico di massa la realtà del suo tormentato paese di origine, la Giamaica. Ora voleva trovare nuovi modi per trasmettere la sua verità a tutti, dalla Giamaica, all’America, dall’Inghilterra all’Europa. Voleva parlare a tutto quel mondo oscuro che si estendeva fuori dai confini a lui familiari, un mondo che il suo stesso pubblico non conosceva abbastanza. Ma non è riuscito a realizzare il suo sogno. Sarebbe morto nel giro di pochi mesi, il suo corpo sepolto in un mausoleo nella sua tormentata patria. Eppure, qualcosa di meraviglioso è successo da quando Bob Marley è morto 36 anni fa: è andato avanti. Non solo i suoi dischi continuano a vendere in maniera considerevole, è che la sua missione ha ancora una possibilità. Non è una semplice missione. Marley non cantava di come la pace sarebbe arrivata facilmente nel mondo, ma di come diavolo fosse possibile che fosse facile per troppe persone e per altre no.

Conosceva bene quello di cui parlava. Le sue canzoni non erano basate su teorie o congetture, non venivano da un sentimento di compassione a distanza. Erano pagine della sua vita, i suoi stessi ricordi. Marley ha vissuto con i disgraziati, ha visto da vicino l’oppressione, ha subito anche un tentativo di omicidio, gli hanno sparato e sapeva che probabilmente lo avrebbero fatto ancora. È stata la sua abilità nel descrivere tutto questo in modo autentico e realistico a richiamare l’attenzione del mondo, ed è anche ciò che anima e sostiene tutto il suo repertorio di canzoni, più di quello di chiunque altro abbiamo mai ascoltato. Bob Marley ha reso melodioso l’inferno, come nessuno prima o dopo di lui. Ecco perché è rimasto vivo anche dopo la morte. La storia di Marley inizia in mezzo a molte altre storie, alcune terribili, altre sorprendenti. Il vero trionfo che emerge dal suo percorso, oltre la sua morte e fino alle possibilità del presente, è il modo in cui è riuscito a trasformare le sue origini senza speranza in una creazione artistica che è uscita dal suo territorio e ha toccato nel profondo la vasta comunità degli ultimi e dei derelitti del mondo, e come è riuscito a farlo contro ogni avversità e con un tempo limitato a disposizione.

Bob Marley in California il 23 luglio 1978. Foto di Bruce Talamon

Bob Marley muore a Miami l’11 maggio del 1981 a 36 anni. Il suo corpo viene trasportato in Giamaica dove il primo ministro Edward Seaga ordina che gli venga tributato un funerale di stato. Un mese prima della sua more, Seaga gli aveva conferito l’Order of Merit, la più alta onorificenza della Giamaica. È un gesto di rispetto tardivo da parte di un governo che non lo ha mai rispettato e non ha mai amato la sua musica. Ma qualcosa di meno non era neanche pensabile. Il 20 maggio, giorno di lutto nazionale, 12.000 persone si radunano alla Kingston National Arena per vedere la salma di Marley, mentre altre 10.000 aspettano fuori. Il giorno dopo, l’Arena si riempie fino all’ultimo posto per il funerale. Un pickup scoperto trasporta Bob Marley nel villaggio dove è nato, Nine Miles, seguito da centinaia di macchine. Migliaia di giamaicani, non solo Rasta, aspettano lungo la strada per accompagnare il corteo. Secondo quanto raccontato da Isaac Ferguson sul Village Voice nel 1982, la bara di Marley viene sepolta in un mausoleo in cima ad una collina a Nine Miles, e chiusa con un sigillo sacrale. Una rete metallica e una colata di cemento vengono piazzati davanti alla tomba per proteggere la santità del corpo, e a quel punto migliaia di voci cominciano a gridare «Onoratelo! Pregatelo!», una volta dopo l’altra. Mentre scende la sera, da una cassa esce una musica che si diffonde nelle colline intorno e nella valle sottostante. È la voce di Bob Marley che canta Redemption Song, che suona come l’ultimo tributo alla terra e alla gente a cui Marley ha tentato di dare voce.

Nel caso di Marley il suo messaggio di resistenza la sua spiritualità usata come uno strumento per sconfiggere l’oppressione e reclamare i proprio diritti sono diventati la sua eredità più forte ed importante. Molti altri nella storia della musica popolare hanno affrontato gli stessi argomenti, tra cui Bob Dylan, John Lennon, Marvin Gaye, Bruce Springsteen e Tupac Shakur. Tuttavia, con l’eccezione di Tupac, tutti questi artisti hanno parlato di ingiustizia, intolleranza, povertà ed oppressione ma non le hanno vissute in prima persona. Marley ha messo a rischio la sua stessa vita per dire ciò in cui credeva, e il risultato è che sia la sua arte che il suo esempio di vita sono riusciti ad ispirare e dare coraggio ad altre persone, in particolare i membri della diaspora africana, entrando a fare parte di culture e situazioni sociali molto diverse con un’autenticità mai raggiunta da nessuna popstar occidentale. Dopo di lui, solo l’hip-hop è riuscito ad avere un simile impatto a livello internazionale.

Marley nella sua Giamaica nel 1979. Foto di Daniel Laine/ Gamma-Rapho/ Contrasto

Marley nella sua Giamaica nel 1979. Foto di Daniel Laine/ Gamma-Rapho/ Contrasto

Marley era un sublime autore di melodie e ha scritto alcuni dei ritornelli pop più riusciti e persuasivi degli ultimi 30 anni, ritornelli che servono a trasportare l’ascoltatore dentro le canzoni e dentro le realtà che descrivono. È un meraviglioso strumento sovversivo: Marley canta di tirannia, rabbia, brutalità ed apocalisse usando suoni e tonalità coinvolgenti, non dissonanti. Le sue melodie risuonano nelle nostre menti e nelle nostre vite e ci aprono la porta al significato dei suoi testi. L’esempio migliore è One Love, che la BBC ha nominato “Canzone del millennio”. In superficie è una cantilena positiva e coinvolgente che parla del semplice potere dell’amore di unire le persone, ma entrando in profondità si scopre qualcos’altro: è una canzone che parla di guerra, di dannazione e dell’Armageddon scatenata da un dio vendicativo ed è indirizzata a coloro che sono stati così malvagi e hanno oppresso così tanto l’anima degli altri uomini da non avere possibilità di salvezza quando la punizione cadrà su di loro. Il ritornello “one love” è solo la parte della canzone che vi trascina dentro, e quando siete lì capite che il vero significato è un altro: un inferno. Eppure continuate a cantarla, anche quando siete da soli. Non potete farne a meno. I tuoi figli faranno lo stesso, credetemi. Non credo che nessuno abbia mai fatto una cosa del genere: Bob Marley era il maestro dell’insurrezione melodiosa.

Bob Marley ritratto a Los Angeles nel 1975. Foto di Kim Gottlieb Walker

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo mi sono chiesto se le visioni di Marley avrebbero superato la prova del tempo, e sarebbero state valide anche i giorni nostri. Molte cose sono cambiate negli ultimi anni, si discute animatamente e si lotta per determinare chi siano gli oppressi e gli oppressori oggi, ed è evidente che non esiste un modo facile per superare le conseguenze di queste dispute. Allora mi sono chiesto: che significato può avere la musica di Marley in questo contesto? La risposta è arrivata ascoltando proprio One Love e lasciandomi trascinare nel suo duplice significato di conforto e terrore. Mi sono reso conto che il dolore e la sensazione di paura che evoca questa canzone sono perfette per il nostro tempo. Questa canzone è davvero una profezia, ed è difficile capire cosa potrebbe essere peggio, se farla avverare o cercare di evitarla. In tutti e due i casi, questa canzone ci riesce sempre a trovare, e può cambiare le nostre facili definizioni di cosa è giusto e cosa è sbagliato, può essere ancora una minaccia. Ed è ancora un esempio di come Marley continua ad avere significato per noi.

La musica è ciò che ha salvato Marley. Lui lo sapeva. È una cosa che ha preceduto la sua fede e la sua visione del mondo, e nel corso del tempo è diventata una cosa sola con tutti e due questi elementi. Ha anche dato a Marley i mezzi per fare il meglio che poteva nella vita, ed è diventato il suo modo di superare la morte e di durare nel tempo. Una delle ultime canzoni che ha scritto è Redemption Song. È anche una delle ultime che ha cantato in pubblico quella notte del 23 settembre 1980 a Pittsburgh, seduto su uno sgabello e accompagnandosi solo con la chitarra acustica. Esausto, e consapevole ormai della morte che stava avanzando dentro di lui, con le luci del palco puntate contro e il sudore che gli colava dalla fronte, Marley ha lasciato uscire al sua voce cantando nel modo più adorabile possibile e ha cantato una preghiera che accoglieva tutti gli uomini sulla terra:

Fino a quando continueranno ad uccidere i nostri profeti
Mentre noi ci facciamo da parte e osserviamo?
Alcuni dicono che è solo una parte della storia
Tocca a noi finirla

Aiutami a cantare questa canzone di libertà
Perché l’unica cosa che ho mai avuto sono canzoni di libertà
Canzoni di libertà

Sapeva che stava cantando il suo epitaffio. Si poteva vedere il dolore sul suo volto, nella sua voce si sentiva il lamento, la rassegnazione, l’amore pieno di dolore. Avresti voluto dirgli: “Non piangere, continua a cantare”. Ma non c’è mai stato bisogno di dirglielo. Bob Marley ha cantato per per tutta la vita, fino all’ultima nota.

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