Paolo Conte: i primi 80 anni dell’ultimo dandy

Fonte articolo e foto – rollingstone.it – giovanni robertini.

Il racconto emozionante dell’incontro con il jazzista, che ci ha parlato del nuovo disco strumentale, l’adorazione per le donne, il rispetto per i suoi musicisti

Arriva in conferenza stampa per la presentazione di Amazing Game inforcando occhiali scurissimi e sfoggiando un look che batte ai punti tutto il bailamme fashionista della Milano di via Tortona (siamo nelle sale del nuovissimo museo Mudec). Il nostro “ultimo dandy” si prende pure il lusso di fumare in sala. A lui tutto è concesso. Anche di pubblicare con la mitica Decca Records un album di 23 brani strumentali con un repertorio di registrazioni effettuate in epoche diverse (dagli anni ’90 a oggi). Non mi ricordo neanche più quando ho detto a qualcuno: «È un onore conoscerla» (forse mai!). Mi presento e glielo dico, balbettando un po’ per l’emozione.

Senza la sua voce, come si riconosce che questo è un disco di Paolo Conte?
Bella domanda, mica facile rispondere. Qualcuno che l’ha sentito ha detto che mi ha riconosciuto. Sicuramente lo stile con cui compongo musica, e che appartiene anche alle mie canzoni con le parole, è presente anche in questo Amazing Game, forse in una maniera più scherzosa, più libera. Io mi ci riconosco abbastanza.

Nelle note del disco c’è un sentito ringraziamento ai suoi “amici suonatori” per “l’orgoglio di un tempo felice vissuto in musica”. L’ho trovato molto romantico…
Beh sì, con lo zoccolo duro dei miei musicisti abbiamo trascorso insieme un tempo molto lungo, quasi trent’anni. Si è formata una grande amicizia, provo molto rispetto per loro, e non solo: c’è stato anche un allevamento da parte mia, per motivi anche generazionali li ho portati in territori musicali che non conoscevano. Ci siamo voluti bene, abbiamo suonato con ispirazione e in questo disco si nota uno stato di grazia.

Sono nato quando lei pubblicava il suo secondo disco (Paolo Conte, 1975) e sono cresciuto in una famiglia che ascoltava Paolo Conte. Si è mai chiesto come la sua musica “adulta” possa essere percepita da dei ragazzi, se non addirittura dai bambini?
Mi raccontano molti padri e madri che hanno figli piccoli che ballano e canticchiano le mie canzoni, quindi qualcosa degli antichi rituali della musica c’è dentro. Cerco anche di ricordarmi come ero io da bambino: avevo un’attrazione verso la musica molto feroce, da giungla. Col tempo si perdono queste sensazioni arcaiche e se ne aggiungono altre, arriva la consapevolezza. Il mondo dei bambini è interessante, mi auguro sempre che da piccoli non vengano allineati sulle mode, ma possano sperimentare liberamente.

Nelle sue canzoni ha raccontato tante, tantissime donne e io – cresciuto con quella musica – ho fatto fatica a trovarne di così affascinanti anche nel mondo vero.
Nella mia generazione c’era molta cavalleria con le donne, e pochissima comunicazione. C’era un’adorazione segreta: il pubblico dei miei primi dischi era in gran parte composto da uomini che si sentivano un po’ sfigati e perdenti nei confronti delle storie d’amore. Le donne restavano qualcosa di magico, da adorare. Poi, piano piano, sono arrivate anche loro ai miei concerti e naturalmente ne sono stato molto felice. Era più divertente.

Lei ha un orecchio speciale per distinguere cosa in musica è jazz e cosa non lo è. Ha la stessa abilità a riconoscere il jazz fuori dalla musica?
Io sono un dandy, e il dandy purtroppo sta scomparendo sostituito dagli snob e dai parvenu. Ma non mollo, rimarrò l’ultimo dandy.

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