U2, un tour per i 30 anni di The Joshua Tree

fonte articolo e foto – ansa.it – musica – paolo biamonte.

Il mito americano e la coscienza civile, così nacque un capolavoro.

E’ diventata una consuetudine tra le rock star celebrare in tour i loro album storici suonandoli per intero. In questi giorni cade il trentennale di “The Joshua Tree” – è uscito il nove marzo 1987 – e gli U2 hanno deciso di dedicare al loro capolavoro il nuovo tour mondiale che toccherà Roma il 15 e il 16 luglio. Un giusto tributo a uno degli album più importanti della storia del rock, certamente il capitolo che ha dato alla band di Dublino una dimensione nuova, sotto tutti gli aspetti, a cominciare dal fatto che contiene alcuni dei titoli più celebri del repertorio di Bono e compagni, come “Where The Streets Have No Name”, “I Stll Haven’t Found What I’m Looking For”, “With Or Without You”, “Bullet The Blu Sky”, e che, nel tempo, ha venduto più di 25 milioni di copie. Con “The Joshua Tree” gli U2 mettono su disco il loro rapporto con l’America e con le radici della loro musica. Anche in questo caso l’America è due cose opposte: una è il mito, l’altra sono gli Stati Uniti di Ronald Reagan e le complicità con gli orrori nel Centro America. Dopo “The Unforgettable Fire” Bono, The Edge, Larry Mullen ed Adam Clayton sentono la necessità di ampliare il loro range sonoro e compositivo. Il successo gli ha fatto guadagnare amicizie importanti, gente come Bob Dylan, Van Morrison, Keith Richards, Mick Jagger, giganti uniti dalla comune profonda conoscenza della tradizione del Blues e della musica popolare americana. La cultura di Bono comincia dal punk e così comincia a seguire le indicazioni dei Maestri. Nel frattempo legge narratori come Norman Mailer, Flannery O’Connor, Raymond Carver e scopre un modo diverso di scrivere i testi. La ricerca sulle radici musicali americane viene conciliata con quella sulla musica folk irlandese, stimolata dal legame d’amicizia nato con i componenti degli Hothouse Flowers. Tutto questo coincide con una sempre crescente presa di coscienza da parte della band: Bono è stato in Etiopia, dove ha visto gli effetti devastanti della carestia, e ha visitato i paesi del Centro America. Da questi viaggi nasce la metafora del deserto che è al tempo stesso il simbolo dei grandi spazi e il ritratto del vuoto interiore che abita le coscienze del mondo “civile” che di fronte a certe tragedie si gira dall’altra parte. Nascono da qui il titolo e la foto di copertina, scattata da Anton Corbijn nel deserto del Mohave: Joshua Tree è la pianta caratteristica della praterie e dei deserti americani. Gli U2 chiamano a produrre l’album due amici fidati e super prestigiosi: Brian Eno e Daniel Lanois, che già avevano lavorato a “The Unforgettable Fire”. Come spesso accade per i capolavori, l’inizio non è stato facile. Le prime session sono avvenute nella allora nuova casa di Larry Mullen. In principio non tutti i componenti della band erano convinti della svolta americana di Bono e così trovare una strada definitiva non è stato un processo immediato. Per creare un clima informale e rilassato, nel gennaio del 1986 lo staff della band ha trasformato in uno studio di registrazione una villa edoardiana nelle Wicklow Mountains, ai confini della contea di Dublino. Qui potevano applicare il metodo della band che consiste nello scrivere i brani suonando jam session. Le registrazioni, che saranno poi concluse nei Windmill Lane Studios di Dublino, sono state interrotte due volte: la prima per partecipare al tour di Amnesty “A Conspiracy of Hope”, con, tra gli altri, Sting, Peter Gabriel, Lou Reed, la seconda per una tragedia: la morte in un incidente di Greg Carroll, assistente personale di Bono: a lui è dedicato l’album così come il brano “One Three Hill”. Un evento che segna profondamente il cantante che sta già affrontando la crisi del suo matrimonio. “Il 1986 è stato un anno davvero molto duro per me” racconterà. Come si sa tutti questi elementi andranno a comporre un album storico: sotto la guida di Brian Eno, The Edge amplia il suo suono, incorporando nuovi effetti che contribuiranno a definire il suo suo inconfondibile stile di chitarrista. Nei testi i riferimenti alla politica, alla religione, alla difficoltà di rimettere insieme i pezzi dell’esistenza, si mescolano a un’ispirazione quasi cinematografica nel raccontare una sorta di “pellegrinaggio” attraverso un mondo aspro e brullo come un deserto mentre il sound della band, rinnovato dalla scoperta delle radici, si avvia verso la piena maturità in un album destinato a fare la storia.

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