Perché gli Arctic Monkeys sono l’ultima vera rockband

fonte articolo e foto – rollingstone.it – alessandro zaghi.

Negli anni in cui a dominare la classifiche sono Stormzy e Ed Sheeran, la band guidata da Alex Turner rimane l’ultimo baluardo di una scena da molti data per morta. Il segreto? Il loro continuo ‘suicidio’.

Solitamente quando si parla della bravura di un artista piuttosto che di una band, uno degli argomenti più ricorrenti è l’identità: la riconoscibilità di uno stile sonoro, della voce, del modo in cui suona la chitarra e così via. Spesso è proprio l’identità, appunto, la chiave del successo di un progetto musicale, tanto che talvolta gli artisti trascorrono un’intera carriera alla ricerca di quel timbro che sia solamente loro, e non è detto che questa ricerca porti a buon fine. Si pensi, ad esempio, all’importanza delle voci ‘doppiate’ per i Beatles o al timbro sibillino della chitarra di David Gilmour per i Pink Floyd o a quello scanzonato di Keith Richards per i Rolling Stones. Intere discografie in cui tutto attorno a quell’elemento può cambiare, ma in cui quel preciso elemento rimane fermo, stella fissa intorno cui creare un cosmo sonoro.

Ecco, tutto ciò non vale per quella che probabilmente è l’ultima grande rock band del Pianeta, ovvero gli Arctic Monkeys guidati da un frontman mutante come Alex Turner. Infatti ciò che rende ancora attuali i Monkeys, in un panorama come quello attuale in cui a fare il bello e il cattivo tempo nelle classifiche UK sono artisti come Stormzy o lo sfacciatamente pop Ed Sheeran, è proprio la loro incredibile capacità di stravolgere le proprie carte, da tutti i punti di vista. È un errore, infatti, relegare la grandezza degli Arctic Monkeys ai primi due album, i più amati dai fan, perché l’unicità della band di Sheffield si afferma proprio dal terzo lavoro in poi.

Quando si parla di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not o Favourite Worst Nightmare è ricorrente la frase “Quelli si che erano i veri Arctic Monkeys, non come la roba che hanno fatto dopo”, ma è proprio in quella ‘roba’, da Humbug fino all’ultimo AM, che va ricercato l’elisir di Turner e compagnia. Seppur differenti tra loro, i primi due album tenevano al centro una cifra stilistica ben definita, estremizzando influenze che andavano dagli Strokes agli Hives passando per i Franz Ferdinand: riff di chitarra ‘danzerecci’ e voce zoppicante, il tutto sopra a una tempesta di batteria, prima vera ‘rivoluzione’ dei Monkeys raggiunta soprattutto grazie Matt Helders, il bestione seduto dietro le pelli.

Tuttavia è proprio rallentando i tempi che i Monkeys sono diventati quello che sono oggi, una band convincente composta da musicisti convincenti, lontani anni luce dal calderone dell’indie britannico della prima metà degli anni 2000, di cui rimangono gli unici veri superstiti. Libertines, Kaiser Chiefs, The Fratellis, The Kooks: tutti ormai lontani dalla luce dei riflettori, mentre Franz Ferdinand o Kasabian non sono più le fuori serie che sembravano all’epoca. Per non parlare dei Klaxons, in quel periodo considerati fra le migliori band della scena, tristemente inattivi ormai da anni. Al contrario dei colleghi i Monkeys sono riusciti a staccarsi prima da quel suono troppo chiaramente definibile, suono che avrebbe trascinato la Supernova dell’indie Made In Uk dritta dentro un buco nero fatto di ripetizione continua o goffi tentativi di riciclarsi. La chitarra in levare e la voce da liceale hanno stufato? Tanti saluti ai Kooks e al faccino pulito di Luke Pritchard. Il barocco di Empire o l’anacronismo di West Ryder Pauper Lunatic Asylum alla lunga stancano? Ecco che i Kasabian tentarono ammiccamenti rap o improbabili ritorni al synth-rock ma senza più uscirne innovativi come era stato per l’album d’esordio, somigliando più un attempato zio che ricorda i tempi di Ibiza mentre gioca su un Microkorg.

Gli Arctic Monkeys, al contrario, hanno chiuso fra i ricordi adolescenziali gli elementi che li avevano catapultati verso il successo mondiale, un suicidio della propria identità, operazione rischiosissima che per molti artisti può significare la fine. Via la mitragliatrice di percussioni, via il riff ripetuto in loop come a ricordare la techno, via la voce da acne. Con Humbug e l’arrivo della ‘quinta scimmia’ Josh Homme, i Monkeys diventarono uomini e non più dei ragazzini strappati alla sale prove per essere gettati in mondo visione. Una svolta decisa verso le sonorità dello stoner americano che tantissimi accolsero arricciando il naso ma che regalarono alla band quello che, con ogni probabilità, rimane ad oggi il loro album migliore. Tuttavia, morto un Papa se ne fa un altro, ed ecco che al deserto messo in musica con Josh Homme subentra James Ford, per un disco in cui i Monkeys tornarono a cambiare pelle con il pop 60’s di Suck It And See. Operazione, quella del cambio suicida di DNA, ripetuta anche per l’ultimo AM, lavoro sintesi dell’intero percorso artistico di Turner e soci, dove tornano prepotenti i riff spacca classifiche, ma interpretati con un suono ancora pregno dell’insegnamento di Homme, padre anche dei cori in falsetto esportati nei lidi Queens Of The Stone Age.

Ma ciò che davvero ha fatto dei Monkeys la band da sold-out immediato che conosciamo oggi è indubitabilmente il suo frontman, Alex Turner. In poco più di dieci anni, Turner è passato dal ragazzino spaventato dai fotografi alla rockstar che vive per il palco. Inizialmente nascosto dietro la sua Fender, Turner ora con la chitarra ci danza con occhi fissi sulla platea, talvolta addirittura liberandosene come per la resa live di Arabella, dove da vera rockstar assume i panni di un Elvis al rallentatore, tutto pose plastiche e ancheggiamenti davanti al microfono. Così come il suono dei suoi Monkeys, la sua figura ha giocato con l’estetica, abbandonando il taglio a scodella distintivo dell’indie kid per trasformarsi in un rocker in pelle e denim o in un crooner brillantinato, diventando l’ultima vera rockstar della scena mondiale, icona atemporale ma perfettamente attuale, riconoscibile nel suo continuo mutare aspetto e timbro vocale, ormai opposto a quello trascinato dei primi lavori.

Azzardare oggi previsioni sul nuovo disco in arrivo degli Arctic Monkeys significa ignorare quanto è stato il nucleo trainante della band, ovvero il suo costante cambiamento che l’ha portata a essere l’ultimo baluardo di una scena col fiatone come quella del rock britannico. Dopo l’implosione degli Oasis erano in tanti a pretendere la corona, ma ad oggi solo Alex Turner sembra riuscire ancora a tenere alta la Union Jack. Negli anni in cui l’aristocrazia britannica è tornata a farsi sentire, anche se con voce non tanto convincente – Damon Albarn che fa il supergiovane con la trap per i Gorillaz o lo ‘sperimentale’ Noel su tutti – Turner ha l’occasione di zittire i più anziani mostri sacri, incoronandosi finalmente nuovo Re della scena.

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